L’Impero di marmo di Folco Quilici

La visione del nuovo documentario di Folco Quilici durante la terza giornata della VII edizione di Extramoenia

di Simona Maria Perni

Durante il I secolo a. C. imperversò a Roma la moda dei marmi colorati. Matrone si facevano ritrarre da scultori in statue marmoree, colonne policrome svettavano in domus, palazzi, terme, monumenti, sarcofagi nudi o abbelliti da mani sapienti accoglievano i corpi dei defunti, sculture inneggianti a vittorie o semplicemente atte ad abbellire palazzi si moltiplicavano a dismisura. Il colore era l’imperativo comune: sia intarsiato sia dipinto, il marmo doveva glorificare la grandezza di Roma e lanciare ai posteri un messaggio di immortalità.
“Roma invece diventerà nei secoli uno scheletro nudo, uno scheletro con ossa di mattoni e pietre, ossa bianche e nere: sopravvivranno solo pochi brandelli di colore”. Così si legge ad un certo punto nel documentario di Folco Quilici “L’Impero di Marmo” presentato durante la terza giornata della VII edizione di Extramoenia. Attraverso un sapiente alternarsi di voci, scritte e immagini, il regista mostra allo spettatore come Roma si sia abbellita, talvolta spogliando la natura, di marmi. La storia ci viene raccontata dagli stessi protagonisti: dalle voci di imperatori, matrone, scultori, schiavi, conosciamo la vita dei marmi.
Il regista ci porta per mano lungo le vie toccate dai marmi orientali e occidentali, mostrandoci monumenti noti e meno noti, svelandoci i loro segreti. Conosciamo così il dolore di chi ha tagliato le pietre, il sangue di chi ha causato la rottura di splendide colonne, il sudore di chi ha scolpito il porfido, il fastidio della popolazione, il disappunto di poeti e filosofi, la meraviglia dei patrizi, l’orgoglio degli imperatori.
Nel documentario passato e presente si alternano in continuazione, quasi a monito per tutti noi: il passato non è mai sepolto e serve al presente per comprendere il futuro.