In piazza Asmundo con i Lautari

Simpatici, energici, coreografici e con l’ “Anima Antica” More…

di Giorgia Arena
(prima pubblicazione nella versione precedente del nostro Webmagazine)

E Musica, Musica [picchì] la genti voli ridere e ballari, non c’interessa nenti di pinzari, [tantu] su non su’ figghi mei cu si nni futti. Parole dal retrogusto amaro, per l’indifferenza generale verso la circostante alterità (eccetto quella più prossima), attanagliati dalla già abbondante dose personale di curae. Dolore e difficoltà del vivere, leniti però dall’enorme potenziale catartico della Musica. È Anima Antica, il brano eponimo dell’ultimo parto discografico con cui l’ormai storico gruppo catanese ha aperto il concerto sabato sera in piazza Asmundo. Un pubblico numeroso di estimatori balla, lancia trenini, canta sussurrando, applaude, ride, sogna in intima unione festosa con i lautari. Veri e propri sacerdoti di quei ritmi e sonorità tipicamente siciliane ma dal respiro mediterraneo, corroborato anche dall’utilizzo di percussioni come il bendir, tipico strumento nord africano. Tra gli aerofoni si distingue la piva, strumento già in uso al tempo degli antichi Romani con il nome di tibia, suonata con grinta e animo dal giovanissimo Enrico Luca. Una menzione per il tipico marranzanu (mariolu, ngannalarruni, più noto come scacciapinseri), supporto metallico a forma di ferro di cavallo con una laminetta d’acciaio; si appoggia alla bocca soffiando e facendo vibrare con un dito la piccolissima lastra. A suonarlo è il bravissimo fisarmonicista Puccio Castrogiovanni in Carziri di Cianciana, una canzone dedicata a tutti gli innocenti rinchiusi ingiustamente in quelle anguste celle invivibili. Il brano è introdotto con la lettura di alcune righe de La strage dimenticata di Andrea Cammilleri, di alcune quartine di carcerati raccolte da Giuseppe Pitrè, massimo studioso di tradizioni popolari siciliane.
Affettuoso e commosso il ricordo di Picchio Manzone, l’anima del gruppo, stroncato da malattia improvvisa dieci anni or sono: «lui è sempre qui a cantare con noi». Gli dedicano la serenata Atturna (Ritorna) che nel ’93 in La casa di Icaro era stata cantata proprio dall’amico e compagno di viaggio. Sulla struggente e melanconica melodia della chitarra di Roberto Fuzio e l’accompagnamento al contrabbasso di Gionni Allegra si canta la consapevolezza di un equanime giudizio ad opera di una stissa vilanza, dunque l’assenza di differenze.
Il grottesco è di scena con La ballata di Cicciu Patata, personaggio che prende vita su ritmo ternario con il declamato e la chitarra di un simpatico Gionni Allegra (poco dopo l’inizio si accorge di aver sbagliato tonalità, lo ammette con un sorriso e ricomincia con il plauso dei presenti), la fisarmonica, il contrabbasso di Roberto Fuzio e le percussioni di Salvo Farruggio. È la storia di un povero cristo, soprannominato così per le sue dimensioni. La sera si reca a ballare al chioschetto della Villa Bellini, trangugiando di continuo la so’ minnulata (la siciliana granita di mandorla). Improvvisamente si innamora e si dichiara, ma viene subito respinto per i suoi bassi natali e per lu panzuni. Dopo un non facile momento di smarrimento, il ritorno alla vita normale, ai balli con le solite signorine e alle immancabili mangiate di brioches e granite.
Spazio anche a momenti filologici con il recupero delle proprie radici, reinterpretate e fatte proprie con la sensibilità di noi moderni, come in A li quattru, a li cincu, a li sei uri, litania cantata in processione dalle confraternite siciliane per la fine della Quaresima.
Il risultato complessivo: un’ora e mezza fittissima di musica all’insegna di ritmi e sonorità particolorassime e travolgenti, abbozzate coreografie, improvvisate con moltissima verve.
Applausi, applausi su applausi suggellano il concerto che continua con alcuni bis e si conclude con sarva la pezza su vveni lu purtusu, richiestissima a gran voce di popolo tra l’acclamazione generale.
Ne hanno fatta di strada i lautari dai loro inizi autoprodotti negli anni ’80 ad oggi, fiore all’occhiello della scuderia della Cantantessa, che scherzosamente hanno soprannominato “secondo liotru”.
Ad maiora.