«Il calcio? È solo uno sport…»

DiGiBy

Apr 1, 2006

La storia di Gianni Prevosti e dello Scudetto del Catania di Calcio Femminile.

Nel 1976, Angelo Cutispoti iniziò un’avventura senza precedenti: creò una squadra di calcio femminile a Catania, la Jolly Componibili Catania. Il primo tassello fu la scelta dell’allenatore: il presidente contattò Gianni Prevosti, che per vent’anni aveva girato la Sicilia guidando molte squadre dilettantistiche. «Naturalmente cominciammo dal gradino più basso -inizia l’ex allenatore bresciano-, dalla Serie C, che era a livello regionale. Vincemmo subito il campionato e tutto ci andò benissimo, anche se in squadra non avevamo grandi giocatrici. In Serie B ci rinforzammo con delle ragazze dalla buona tecnica individuale e con un buon tocco del pallone. Il campionato era molto impegnativo, infatti erano state inserite nel nostro girone anche squadre romane e napoletane. Anche quell’anno conquistammo il primo posto, passando in Serie A, malgrado tra gli avversari ci fossero molte ragazze che giocavano bene e promettevano. Le migliori, comunque, le portammo con noi nella massima serie. Inoltre comprammo un’attaccante scozzese, Rose Reilly, che era veramente brava e dava delle legnate tremende. Per portare tutte queste giocatrici a Catania il presidente sborsò molti soldi, ma grazie a ciò giocammo a Milano, Verona e Torino, ottenendo sempre dei buoni risultati. Alla fine, vincemmo anche lo scudetto: non ce lo aspettavamo! Ci siamo meravigliati di trovare una resistenza così poco consistente: ogni avversaria aveva massimo 4 giocatrici con una tecnica decente, mentre invece la nostra squadra aveva solo ottimi elementi, tutti scelti e sui cui si poteva contare. Dopo lo scudetto, ho dovuto lasciare la squadra per tornare a dedicarmi al calcio maschile.»

Ma chi è Gianni Prevosti? Ex ala ambidestra del Catania (dal 1947 al 1950 collezionò 65 presenze e 15 reti), nato a Brescia il 10 febbraio 1922, iniziò la carriera da allenatore con il Paternò nel 1956, fu vice di Luigi Valsecchi nel Catania 1965-66 e allenò anche la Massiminiana, il Belpasso, il Santa Venerina, la Nissa. «Il calcio per me è sempre stato solo un divertimento, uno sport, un gioco -continua-. Quando giocavo non mi tiravo mai indietro, anche se non amavo prendermi grosse responsabilità… Mi chiamavano il Motorino. Giocai fino 43 anni, i dirigenti mi volevano sempre in campo: durante la mia ultima partita, Adrano-Paternò, segnai 3 reti. Oggi guardo solo il calcio in tv, anche perché l’ultima volta che sono andato allo stadio rischiai grosso solo per aver applaudito alla rete di un avversario…»

Roberto Quartarone