Lo Sport Club: Luciano Cosentino

DiRoberto Quartarone

Feb 29, 2008

Al PalaBattiati si disputa Valverde-Lazùr, valida per il campionato di Serie C femminile. Il divario in campo non si nota solo nei primi minuti, poi le ospiti aumentano il vantaggio e dominano la gara. Tra gli spettatori vi è una colonna dello Sport Club Catania che negli anni settanta occupava la scena della Serie C, Luciano Cosentino, che commenta: «Questa squadra ottiene degli ottimi risultati perché, alle spalle delle giocatrici, la società sta lavorando molto bene. Forse è l’unica a Catania che opera così bene.»

Luciano Cosentino
PRECURSORE. Luciano Cosentino, 52 anni, precursore a Catania dello “sfondo”. [Espresso sera].

Qual è la differenza tra la Lazùr e le altre società?
«Secondo me sta nel progetto che hanno impostato e nella gestione tecnica dell’Aleksandrova. Ho avuto modo di seguirla per un breve periodo e la considero un tecnico molto preparato che cura i fondamentali in maniera professionale. Collaborai con lei per un periodo, quando mia figlia giocava con la sua squadra, e rimasi colpito proprio dalla sua preparazione. A Catania non c’è mai stata una vera e propria scuola di allenatori; non puoi andare da un coach e chiedergli di spiegarti il basket. Da noi il livello è amatoriale. A Catania il basket non si impara: o viene qualcuno da fuori o si deve emigrare, come hanno fatto Borzì, De Stasio e Strazzeri.»

In cosa differisce l’Aleksandrova dagli altri?
«Per cominciare, ha una grandissima esperienza sul campo e ha giocato in nazionale. Conosce perfettamente tutte le tattiche difensive impiegate da Santino Coppa a Priolo: la “un uomo-quattro-zona”, la “due uomo-quattro-zona”, la “zone pressing”. A Catania nessuno le studia come lei. Secondo me, può dare molto. In ogni caso, non dimentico certo il tecnico del Gad Etna, Pippo Borzì, mio coetaneo, con cui mi ritrovo spesso a parlare delle ultimissime tecniche.»

Lei non ha mai allenato?
«Mi sarebbe piaciuto molto, ma non sono andato oltre la collaborazione con la Lazùr.»

Torniamo alle origini. Quando ha iniziato a giocare?
«Sono nato in Libia da genitori siciliani e cominciai un anno dopo il mio arrivo in Italia, a quattordici anni, al liceo. Mi propose di giocare un professore di educazione fisica, Santi Puglisi, che fu il mio primo maestro. Ero alto più o meno come ora [191 cm], quindi ero portato per questo sport. Il mio primo campionato fu quello allievi dello Sport Club. Nell’estate del 1970 tornò a Catania Borzì, che entrò in squadra e divenne un mio grande amico: sono cresciuto con lui.»

Quando ha esordito in prima squadra?
«La stagione della promozione in Serie C, nel 1970-71. Quello stesso anno Guerrieri, selezionatore della nazionale sud, mi convocò per un campus a Tirrenia, per una decina di giorni. Imparai i rudimenti della difesa: le difese help, uomo, help and recover. In terza serie prendemmo un giocatore molto forte, Lo Presti, da Ragusa, e si fece largo Orazio Strazzeri, che poi si trasferì a Milano. Io giocai poco e Borzì fu squalificato per un problema di doppio tesseramento. In quella stagione, ci allenavamo quasi tutti i giorni e le trasferte erano molto lunghe: persi l’anno a scuola per la pallacanestro… Dopo la seconda stagione Puglisi andò alla Stella Azzurra e fece fare un provino a me e Borzì. Partecipai così ad un secondo campus, in cui imparai i fondamentali dell’attacco. Al mio ritorno, divenni titolare, ma in panchina, come allenatore, si sedette la buonanima di Elio Alberti, che era un buon dirigente ma come allenatore non era altrettanto bravo.»

Perché allora toccò a lui allenare la squadra?
«Fu un ripiego, perché non c’era nessuno che volesse prendersi la panchina dello Sport Club. Era una persona molto intelligente, ma non conosceva molto bene il basket e lo prese come un divertimento. Ci scontrammo alcune volte: per me e per i miei compagni il basket era tutto, nel nostro sangue circolavano pallini di pallacanestro, non globuli rossi! Quindi eravamo costretti a studiare da soli gli schemi e un anno, con Borzì, arrivammo ad autogestire un campionato giovanile per non farlo dirigere da Alberti…»

Ma il provino come andò?
«Rimase solo Borzì perché dissero che potevano prendere un giocatore solo. Lui, però, tornò dopo un paio di mesi.»

Al suo rientro come proseguì lo Sport Club?
«Il Gad Etna aveva rinunciato alla Serie B e Tortora e Mineo erano passati con noi. In squadra c’erano Cavaletti, Famoso e Sensi, ma ci mancava un allenatore come si deve. Il campionato non andò benissimo ma confermammo la Serie C. Da quel momento in poi, restammo io e Tortora e molti lasciarono. Io sono stato uno dei pochi giocatori che hanno tenuto su la squadra. Abbiamo disputato la Serie C tanti anni e anche la Poule B. Io fui capocannoniere della C siciliana e ricordo che Alberti propose uno schema per mettermi in condizione di giocare uno contro uno e che mi consentiva di fare molti punti per partita. Poi però lo studio divenne più importante, così decisi di smettere a 23 anni. Ebbi anche un diverbio con l’allenatore, ma oramai mi mancavano gli stimoli. Nel 1979 mi laureai.»

Intanto la squadra rinunciò alla Serie C. Perché?
«Non saprei se ci fossero problemi tra i dirigenti. L’ultimo campionato fu altalenante anche se raggiungemmo la Poule B. Sicuramente mancavano i soldi, che lo sponsor, la Mecap, ci fornì per una sola stagione. Mi ricordo comunque che il presidente era un certo Mannisi, che lavorava al comune, quindi non aveva grandi disponibilità di denaro.»

Cosa mancava a quella squadra per fare il salto di qualità?
«Faccio due esempi. Diomede Tortora era un autodidatta e riusciva a fare venti-trenta punti a partita: con una base tecnica avrebbe avuto di più. Pippo Famoso era un giocatore molto intelligente e capace però non aveva molta tecnica. Saremmo potuti arrivare ad un certo livello, ma ci mancava il guizzo per poter competere con le squadre più dotate. Santi Puglisi, il mio primo tecnico, avrebbe dato molto al basket catanese, se fosse rimasto.»

Luciano Cosentino

UOMO SQUADRA. Il tecnico Alberti studiò uno schema appositamente per far segnare Cosentino. [La Sicilia].

Non rientrò più in campo?
«Inizialmente chiusi, andai a lavorare all’estero. Tre anni dopo, però tornai a Catania e successivamente giocai con il Gad Etna, con Enzo Molino in panchina. Rimasi solo cinque mesi: la squadra andava male e anche lì l’allenatore non riusciva a gestirla bene nonostante il buon livello dei giocatori (fra i quali Borzì, Leonardi, Taormina, Calì). In ogni caso lavoravo e non avevo molto tempo da dedicare alla pallacanestro.»

Qual è la partita che ricorda con più piacere?
«Una delle più grosse soddisfazioni è stata giocare contro l’Ignis Varese, in Coppa Italia, al PalaSpedini nel 1973. I lombardi erano campioni d’Europa: abbiamo perso con un distacco di 100 punti (ovviamente), ma giocavamo con i nostri idoli (Meneghin, Morse, Bisson , Zanatta, Raga, Lucarelli, Ossola, Rusconi) fu un’esperienza che mi colpì. Ce ne sono tante altre emozionanti: ad esempio, in Poule B contro il Cagliari, primo in classifica, in casa, dove ‘trascinai’ (come titolò l’articolo del giornale) la squadra ad una vittoria al cardiopalma segnando 23 punti.»

E invece una da dimenticare?
«Agli esordi, quand’ero più giovane, ci fu una partita in cui ero molto emozionato: persi alcuni palloni e Santi Puglisi non mi convocò per vari incontri. Ma mi servì per il futuro!»

Quali erano il suo punto forte e quello debole?
«Ancora oggi mi rendo conto che nessuno cura con la dovuta attenzione la fase difensiva: pochi sanno fare correttamente l’anticipo, il tagliafuori, chiudere la linea di fondo. Dopo il campus con la nazionale capii il significato del fallo di sfondamento e di come sfruttarlo per la difesa: quando tornai lo adoperai più volte per far sfondare gli avversari e caricarli di falli. Oggi pochi sanno difendere, stanno cercano sempre la palla e commettono falli a ripetizione, ma in realtà non sanno che si difende con le gambe. Anche nell’uno contro uno ero abbastanza forte, sotto canestro e con i movimenti da pivot. Avevo invece percentuali basse al tiro da fuori, che non ho mai curato bene. Non esistevano i tre punti, quindi preferivo tirare dai tre metri o da sotto canestro.»

Che idea si è fatto del futuro del basket catanese?
«Credo che ci sia bisogno di qualcuno che ci creda fino in fondo e che riesca a procurarsi i soldi per pagare un allenatore come si deve e costruire i giocatori in casa. Con il tempo, nascerà una scuola che lascerà una traccia. Quando giocavamo noi, la Paoletti vinse lo scudetto nella pallavolo maschile: si riuscì ad amalgamare i giocatori locali con altri venuti da fuori e a poggiarsi su una dirigenza seria. In passato ci sono stati problemi con chi veniva da fuori perché tutto era visto in senso amatoriale, si credeva che volessero prendere il posto di chi già è dell’ambiente, non che potessero dare qualcosa in più per raggiungere un obiettivo comune. Con la Virtus, di recente, si era riusciti a trovare un equilibrio. Tornando alla Lazùr, l’Aleksandrova ha un progetto ambizioso. Lei era partita con l’idea di crescersi delle ragazze che in dieci anni l’avrebbero portata in Serie A. E ci sta riuscendo: già un paio sono in nazionale giovanile, ad esempio.»

Cosa ne pensa del progetto del Gad Etna?
«Credo che potrebbe avere un seguito. Per me, Pippo Borzì resta una delle persone più valide, anche da un punto di vista tecnico. Hanno un vivaio alle spalle, il che è ottimo, ma bisogna trovare degli sponsor che ci credano. Penso comunque che ci possano riuscire

Roberto Quartarone