40 anni di Polisportiva: Alfredo Greco

Hanno detto di lui che per la pallacanestro femminile di Catania è stato l’omologo di ciò che hanno rappresentato Trovato, Puglisi o Molino per quella maschile. È il nome più ricorrente tra quelli dei grandi del basket locale. Alfredo Greco non può lamentarsi degli obiettivi che ha raggiunto in ambito sportivo: «Ho avuto parecchie soddisfazioni e rifarei tutto ciò che ho fatto. Forse l’unico rimpianto è di non essere rimasto qualche anno in più a giocare.»

Alfredo Greco

CICERONE. Alfredo Greco, 60 anni, quando giocava ha fatto da cicerone per l’Ignis Varese di Nikolić [La Sicilia].

Perché si è ritirato a ventisette anni?
«Perché allenavo e giocavo e non era consentito. Capitò che alcuni arbitri mi notarono, specie nei giorni in cui di mattina giocavano le ragazze e di pomeriggio giocava il Gad Etna, la mia squadra. Poi mi mancavano gli stimoli: dopo tanti anni di C, mi ritrovavo in Serie D, in cui si giocava ad un livello che non mi piaceva. Avrei voluto misurarmi con gente più forte.»

Come iniziò, invece?
«Per caso, da calciatore fallito. In terza media, dovevo fare i provini con Pietro Anastasi per andare all’Inter, ma mi sono rotto il ginocchio su un campo di mattonelle… Poi mi sono iscritto al Cutelli, dove sono arrivato con un gesso mastodontico che dalla caviglia mi arrivava all’anca. Il primo giorno mi hanno fatto sedere al primo banco, con la gamba sulla sedia, e la mia professoressa mi ha anche rimproverato perché non ero seduto composto! Il mio insegnante di educazione fisica, Messina, insieme a Santo Caponnetto, faceva la leva di pallacanestro: io ero alto, ma anche dopo che mi hanno tolto il gesso non avrebbero voluto farmi giocare. Alla fine il prof. si convinse e partecipai ai campionati studenteschi. L’unico che sarebbe arrivato ad alto livello sarei stato io…»

Com’era la pallacanestro di quegli anni?
«In campo maschile, nel mio primo anno di Cutelli c’era la Grifone, che poi si trasformò in Gad Etna. La femminile era allenata da Santo Caponnetto, che era anche presidente provinciale della FIP. Negli anni sessanta si praticava più della pallavolo e le scuole più attive erano il Cutelli, lo Spedalieri e l’agrario.»

Come andò la sua carriera da giocatore?
«Per tanti anni ho fatto la Serie C. In squadra eravamo sempre in venti e il venerdì c’era una grande concorrenza per chi sarebbe stato convocato! Saltai solo la stagione 1966-67, e non mi perdono di aver rinunciato a giocare per studiare per la maturità… Nel 1972-73 facemmo anche la B. Sono stato fedelissimo al Gad Etna, anche quando la squadra si ritirò. Alcuni passarono allo Sport Club e anch’io ero pronto, ma proprio prima di firmare per loro Enzo Molino mi chiamò dicendomi che si ripartiva dalla Serie D… Non sarei andato allo Sport Club per piacere ma per giocare: c’era sempre un sano agonismo tra noi e io facevo sempre il topscorer nei derby! Chiusi due anni dopo.»

Come fu l’esperienza dalla Serie B?
«Giocammo un anno, contro squadre come Siena (dove hanno dato a tutti il panforte Sapori), Livorno, Roma, Brindisi. Quando incontravamo le squadre del nord trovavamo sempre difensori fortissimi e il nostro impegno era ai limiti delle possibilità del tempo; molti degli avversari erano ex della Serie A, che erano in procinto di smettere. Abbiamo difeso bene la categoria, finché lo sponsor non si è ritirato e la società è fallita. Secondo me, il Gad si è avvicinato molto a ciò che ha fatto recentemente la Virtus Catania. Il nostro gruppo è riuscito ad arrivare molto in alto.»

Chi c’era dietro il Gad?
«Il direttore tecnico era l’ingegnere Luigi Mineo, che è stato presidente della Federazione locale dopo Caponnetto. Il presidente era Alfredo Avola, che era vicino a padre Calanna e all’ambiente cattolico. La sigla G.A.D., infatti, significa Gruppo Aziendale Democratico. E noi, inizialmente, prendevamo in giro queste strane lettere di cui non sapevamo il significato! L’allenatore era Totò Trovato, che però non era un professionista. Credo che non si sia mai dato abbastanza risalto a ciò che ha fatto perché è stato oscurato dalla figura di Santi Puglisi, che partendo dallo Spedalieri è arrivato a fare il professionista. Ma Trovato ci ha portati in Serie B e Puglisi non c’è riuscito con lo Sport Club.»

Gad Etna 1971-72

PUNTO PIU’ ALTO. Il Gad Etna 1971-72, che vinse la Serie C e raggiunse il punto più alto che il basket maschile abbia raggiunto negli ultimi quarant’anni [La Sicilia].

Quali sono i suoi ricordi più positivi da giocatore?
«Sicuramente i campionati universitari di Roma, Viareggio e Firenze. Era come andare alle Olimpiadi, c’erano tutti gli altri sport, come rugby, pallavolo e calcio, e con squadre di tutta Italia. Noi catanesi ci alleavamo con i ragusani e passavamo sempre contro Palermo e Messina. Peccato che dopo il 1968 non si fecero più. Mi ricordo anche di quando venne l’Ignis Varese per inaugurare il palazzetto: mi fu affidata la squadra, per far visitare Catania e anche andare a fare il bagno! Aza Nikolić era un allenatore formidabile e in più i giocatori facevano parte della nazionale. In questo modo, quando salivo a vedere gli scontri tra Ignis e Simmenthal Milano, entravo gratis con Giuseppe Mineo che era il medico dell’Olimpia! Sempre con Mineo, mi ricordo di quando eravamo a Trapani per il militare. Lì vennero dei ragazzi che giocavano nelle Forze Armate di Vigna di Valle e ci avevano incontrato come avversari. Avrebbero voluto portarci con loro in Toscana, ma noi non volevamo continuare a fare il militare! Mineo si imboscò in infermeria e anch’io feci finta di stare male. Poi uscimmo in macchina, mettemmo gli abiti da civili nel cofano e ci cambiammo in un bar per non farci trovare. Alla fine ci chiamarono al telefono, ma riuscimmo comunque a non farci prendere!»

Quali sono stati i giocatori più forti?
«Tra i compagni di squadra Diomede Tortora, Giuseppe Mineo, Vittorio Guarnotta, Nino Lo Presti. Tra gli avversari, di Palermo ricordo Balducci e Cuccia, di Messina Sturniolo e Cucinotta, di Ragusa Cintolo.»

Quando si avvicinò al basket femminile?
«Nel 1966 il professore Messina aveva bisogno di una mano ad allenare le ragazze per il neonato Gruppo Sportivo Liceo Cutelli e mi convinse a fare il corso di allenatore. Diventai allenatore regionale con Santi Puglisi e Dispensieri. I miei compagni di classe mi sfottevano perché mi occupavo delle ragazze, ma poi divennero invidiosi: ero l’unico che poteva entrare nella palestra femminile, quando neanche durante la ricreazione erano permessi i contatti tra ragazzi e ragazze. Selezionammo una quarantina di ragazze tre le 200 del primo anno. La prima squadra si organizzò di lì a poco, quando il Cus si sciolse: avevamo delle atlete nate tra il 1948 e il 1952. Le più grandi erano la Limoli e le sorelle Motta, che avevano fatto la Serie B. Daniela Motta, che ora vive in Francia, è stata la colonna della squadra.»

Come furono i suoi primi tempi da allenatore?
«Per poter seguire la squadra in prima persona, dal 1968 al 1972 feci il supplente di educazione fisica al Cutelli. Avrei voluto fare l’ISEF, ma i miei non vollero farmi trasferire a Roma, così mi iscrissi a giurisprudenza. Ci allenavamo da settembre: per sette mesi facevamo i fondamentali e alla fine della scuola giocavamo il campionato. Prima facevamo solo le giovanili; nel 1968-69 ci siamo iscritti alla Promozione come Associazione Polisportiva La Vedette. Le ragazze erano ben organizzate: presto trovarono anche uno sponsor, l’Eurogomma, e per una stagione si autogestirono, quando non riuscivo a seguirle tra università e Gad Etna. In squadra c’era anche Rita Pavsic, una ragazza di Rovigo, che oggi insegna all’università.»

Quali sono i suoi ricordi legati alla Polisportiva?
«La stessa La Vedette si trasformò in Polisportiva. Di solito passavamo sempre alla seconda fase del campionato, ma mentre le altre si potenziavano, noi mantenevamo lo stesso gruppo. Un anno fu formidabile: avevo sette ragazze sul metro e ottanta. Tra le altre, ho allenato Clelia Anastasi, Maria Grazia Ursino, Cristina Cavaletti, che spesso finivano anche nei centri d’addestramento nazionali a Cortina e Morbegno. C’erano anche Nelly Spagna e Gabriella De Grande. La Cavaletti fu corteggiata da Priolo, che già era allenata da Santino Coppa ma non era ancora in A1, ma riuscimmo a trattenerla. Quella che ricordo con più affetto è la Ursino, che ha vinto il titolo cadette con la nazionale. Il suo passaggio a Priolo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: decisi di lasciare la squadra.»

Polisportiva 1977-78

GIOVANI CESTISTE. Alfredo Greco ha allenato per molti anni la Polisportiva Catania: questa è la squadra del 1977-78 [Basket Sud].

Quanto costava una stagione ai tempi della Polisportiva?
«Negli anni settanta-ottanta arrivavamo a spendere 20 milioni. In questa stagione con la Rainbow, invece, stiamo spendendo 55.000 €. Oggi, al nostro livello le ragazze prendono solo un rimborso benzina, mentre in A1 arrivano anche a 1500 € al mese.»

Cosa fece in seguito?
«Lavoravo in banca ed ero presidente degli allenatori regionali, ma avevo meno tempo da dedicare in prima persona. Sponsorizzai l’arrivo di Gabriella Di Piazza a Catania e decisi di darle una mano dato che ebbe qualche problema nei primi tempi con la CSTL di Dupplicato, che era stata per tanti anni l’avversaria della Polisportiva. Fra noi, i derby erano paurosi. Come suo assistente mi sono tolto varie soddisfazioni, come quando arrivammo in Serie A2 d’Eccellenza. Quando lei è andata a Priolo mi sono fermato, tranne un breve periodo con la Costa Catania con Rocco De Luca. Da ultimo sono rientrato con Pippo Borzì e l’anno scorso ho ritrovato Gabriella.»

Oggi qual è il suo impegno nel basket?
«I miei figli mi assorbono pienamente quindi non posso lavorare intensamente in questo campo. Sono dell’idea che il tecnico o si fa bene o non si fa. Inoltre non c’è un sufficiente ritorno economico: se si fosse garantiti da un grosso contratto si potrebbe fare, ma così no. L’impegno è da professionista ma il ritorno da dilettante.»

Quali sono i problemi attuali della Rainbow?
«Intanto le persone che gravitano attorno alla società sono poche, il presidente mi ha dato anzi consegna di stare più vicino. Poi c’è il problema dell’impianto che non è nostro, quindi dobbiamo gestirlo con altri e seguendo le direttive, pagando anche per allenarci la sera. Ovviamente, c’è sempre la questione economica. Figuratevi che per andare a Civitavecchia abbiamo speso una fortuna, per Potenza dobbiamo sobbarcarci 700 km di macchina. Le trasferte lunghe si possono fare, ma c’è bisogno anche di accordarsi con le avversarie perché ovviamente passare la notte in macchina per chi deve andare a lavorare il giorno successivo non è il massimo, soprattutto quando perdi.»

Come vede l’immediato futuro della Rainbow?
«Dovremmo iniziare da ora a cercare uno sponsor. Stiamo pensando a cosa fare dopo aver conservato il titolo: la base è discreta, con Puglisi, Felice, Manganaro e le giovani, che però hanno bisogno d’esperienza. Nel periodo postcampionato dovrebbero impegnarsi per fare un lavoro diverso, basato sui fondamentali. Ci fermeremo solo a luglio, poi riprenderemo con la preparazione alla Playa e al Cus: il caldo ci obbliga a fare solo lavoro all’aperto.»

Con queste condizioni, in futuro si potrebbe fare l’A1?
«No. Ci vorrebbero 150.000 € per stare tranquilli. Oggi non ci sono sponsor che ci aiutino.»

Alfredo Greco

VICE ALLENATORE. Alfredo Greco oggi, secondo di Gabriella Di Piazza alla Rainbow [TuttoBasket.net].

Cosa vi manca alla Rainbow per il salto di qualità?
«Per l’A2 penso che manchino un play, un pivot di stazza e un’ala da punti. Sarebbe il massimo. Il pivot, però, dobbiamo andare a cercarlo fuori perché né in Sicilia né in Calabria ci sono ragazze così alte. La nostra atleta più alta è Giorgia Messina, che però ancora manca di esperienza: se l’anno prossimo migliorerà in attacco sarà un elemento su cui contare. Con giovani come lei, siamo tra l’incudine e il martello: dovrebbero essere inserite per farle maturare, rischiando di perdere, e se non le fai giocare si scoraggiano. Per dar loro più spazio abbiamo una squadra in Serie C

E le giovanili?
«L’under-17 è un mix di ragazze nate tra il 1990 e il 1994, ma andrà a chiudere. Grazie a Valeria Puglisi, c’è anche il settore delle ragazze classe 1994-96. Abbiamo però il problema che le ragazzine della provincia non si avvicinano a questo sport perché in pochi si stanno occupando di stimolarle: ci sono centri giovanili solo a Giarre, Zafferana e Nicolosi. Recentemente, Giarre ci ha prestato una ragazza di Piedimonte che ha sempre molti problemi per venire ad allenarsi. Inoltre, ci si dovrebbe impegnare di più nel minibasket

Perché secondo lei i giovani si avvicinano più difficilmente al basket?
«Una volta, fare sport era un motivo di affermazione e di mettersi in mostra, perché era difficile anche andare in discoteca. Oggi, recuperare cinque ragazze è difficile, mentre per i ragazzi va un po’ meglio. Le alternative sono troppe, dalla televisione a cose più deprecabili. Si vorrebbe praticare lo sport sotto casa, ci si lamenta anche della distanza del PalaGalermo, mentre al Nord magari si spostano anche da città a città. Le strutture sono queste… In più, i professori fanno la cosa che viene più facile: la pallavolo. Anche ai miei tempi era così, infatti la maggior parte dei giocatori erano universitari. Oggi, molti ex pallavolisti insegnano educazione fisica e questo ovviamente limita ulteriormente il nostro sport.»

Che differenza c’è a livello di prima squadra con la pallavolo?
«Loro hanno costi più contenuti e sono più disposti al sacrificio: nel basket se mettessimo anche solo 1€ di biglietto d’ingresso non verrebbe nessuno. C’è anche da dire che ai tempi della Paoletti a Catania giocavano anche atleti della nazionale, come Nassi: nel basket non credo che i nazionali rimarrebbero qui.»

Cosa ne pensa di come sta lavorando la Lazùr?
«Ha una struttura abbastanza organizzata, grazie ai genitori che contribuiscono ai costi. Hanno avuto anche la fortuna che la Palmares e la Rainbow prima che arrivassi io si occupavano soprattutto della prima squadra, quindi non hanno avuto concorrenza. La Aleksandrova ha raccolto tutte le giovani con merito, perché lavora bene anche in palestra oltre che sul campo. Ci siamo scambiati alcune giocatrici ed è servito ad entrambi (noi abbiamo preso Gambino, Buscema e Cunsolo, loro tre giovani): la collaborazione fra di noi è buona finché, però, gli interessi non vanno a cozzare.»

L’anno prossimo potremo vedere la stracittadina?
«Non so se ci sarà il derby, ma so che salire è più difficile di mantenere la categoria. La Lazùr potrebbe riuscire a salire, ma in B1 non potranno impiegare le straniere e dovranno rinforzarsi molto per salvarsi.»

Le altre società?
«L’Elefantino di Vittorio si sta muovendo bene soprattutto a livello giovanile maschile, ma anche con le ragazze va bene: ha fatto una squadra con chi non trovava spazio a livello alto. È andato via da noi perché non si trovava più a suo agio e voleva fare qualcosa per i fatti suoi. Andrà avanti perché ha grandi agganci con la scuola, soprattutto con le medie Cavour e Carducci

Qual è la sua speranza per il futuro?
«Vedere una squadra in A2 femminile e anche un buon settore giovanile locale per la Rainbow. Ci dovremmo affidare alla fortuna, per le giovanili. Ci sono delle annate vuote e anche a livello nazionale hanno avuto difficoltà a fare delle rappresentative giovanili. E così è anche a scuola, dove si stanno riducendo le classi.»

Qual è la ricetta per risolvere il problema delle giovanili?
«Bisognerebbe creare una sinergia con le scuole, perché se dall’esterno ci si prova non è lo stesso: sono i professori che devono premere. La base è poca, sfortunatamente… Intanto, da qualche tempo siamo tornati al Cutelli, mettendo insieme cinque ragazze: è già qualcosa.»

Roberto Quartarone e Salvatore Maugeri
(hanno collaborato Santo Pappalardo e Giuliana Quartarone)

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