Il romanzo del prof. Paratore / 3

DiComunicati

Feb 18, 2010

Terza ed ultima puntata della lunga storia del prof. Carmine Paratore, profeta del basket italiano venuto dall’Egitto…

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…continua dalla seconda puntata
(vedi la prima puntata)

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A CASA. Nel 1964, Carmine Paratore tornò nella terra d’origine dei suoi genitori per allenare la Sincat Siracusa [Conoscere il basket].

Chissà quante volte lo aveva promesso a se stesso, o anche soltanto immaginato? Conoscere la Sicilia! Era la terra dei progenitori suoi e di quelli della moglie; la terra che gli era stata raccontata, che aveva in qualche modo vissuto, percependone i suoni, assaporandone gusti e odori. Prima o poi sarebbe accaduto… Il prof. Carmine Paratore, che la «sicilianità» se la portava già nel nome (e soprattutto nel nomignolo, Nello, col quale era cresciuto nella comunità di italiani emigrati in Egitto), vide realizzarsi anche questo desiderio, proprio nel periodo in cui, alla guida della Nazionale maschile di basket, aveva – suo malgrado – raggiunto l’apice della notorietà.

Nell’ottobre del 1964 si erano appena concluse le Olimpiadi di Tokyo, dove gli azzurri erano praticamente stati in grado di confermare, con il loro quinto posto, il clamoroso quarto posto di Roma nella edizione precedente. La «piccola» Siracusa cestistica aveva addirittura raggiunto il traguardo della Serie A (quella a gironi) con la società dell’Aretusa che era sponsorizzata dalla Sincat, acronimo di Società Industriale Catanese, uno dei tanti stabilimenti fioriti in quegli anni tra le raffinerie di Priolo. Il dirigente Paolo Bertocco, uomo del Nord trapiantato per lavoro in quel polo petrolchimico e grande appassionato di sport, fece un pensierino proprio all’allenatore della Nazionale, confidando in una sua disponibilità a guidare anche una formazione di club. Sapeva di chiedere troppo; in realtà non aveva fatto altro che proporre una di quelle sfide impossibili alle quali Paratore non riusciva proprio a resistere. Affare fatto!

Dagli avveniristici impianti olimpici alla «fossa dei leoni» siracusana, il campo in terra battuta (e all’aperto, manco a dirlo) dello stadio comunale, dove la Sincat affrontava i suoi avversari, che erano Elettrolux Firenze, Portuale Livorno, Partenope Napoli, Libertas Brindisi, tra gli altri: ambienti e dimensioni completamente diversi, ma il Professore non faceva alcuna discriminazione quando aveva la possibilità di lavorare seriamente e qualche obiettivo da raggiungere. Forse il richiamo della «sua» Sicilia risultò determinante nell’accettare un ruolo che – francamente – lo ridimensionava un po’.

«Era spesso a casa mia a cena – ricorda il figlio di Paolo Bertocco, Stefano, che giocò a Siracusa e poi a Catania col Gad Etna – anche perché si era trasferito da solo, lasciando la famiglia a Roma: con mio papà aveva instaurato un rapporto di vera amicizia. Capelli brizzolati, persona garbata, irreprensibile; oltre a essere un grande allenatore, era anche un uomo di cultura, che sapeva stare tra la gente e al quale faceva piacere intrattenersi a parlare di qualsiasi argomento. Ottimo giocatore di bridge, aveva trovato pure da noi l’ambiente giusto per coltivare questo suo svago…».

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TORNEI. La formazione della Nazionale A nei tornei di Messina e Catania. In alto da sinistra, Vianello, Fattori, Merlati, Bufalini, Masini; in basso, Paschini, Iellini, Ossola, Jessi, Fantin, Recalcati, Cosmelli.

Parentesi breve, quella siracusana. Ben presto Paratore venne riconvocato per occuparsi a tempo pieno della Nazionale, in vista degli Europei di Mosca del ’65 (che fecero registrare un altro brillante quarto posto) e del più lontano traguardo delle Olimpiadi di Città del Messico del ’68. Tra le tappe di avvicinamento c’erano anche i Giochi del Mediterraneo di Tunisi e il campionato europeo di Helsinki, entrambi collocati nel mese di settembre del ’67. Fu proprio alla immediata vigilia di questi ultimi impegni che Paratore transitò nuovamente dalla Sicilia: stavolta si presentava nella sua elegante veste «azzurra», e ad accoglierlo furono le città nelle quali affondavano le radici della sua famiglia, Messina e Catania.

L’occasione buona la diedero due tornei amichevoli di grande livello tecnico, che videro l’Italia misurarsi con alcune forti compagini dell’Est europeo: Bulgaria, Romania, Jugoslavia e Polonia. Furono tutte vittorie, come se un sortilegio avesse voluto onorare questo ereditario legame affettivo… Aprì la serie il Trofeo «Cesare Lo Forte» di Messina, poi toccò a Catania: qui si accesero le luci del nuovo Palazzetto dello Sport di Piazza Spedini, che proprio allora celebrava la sua inaugurazione – diciamo così – in alta uniforme, dopo essere stato battezzato da una partita tra Gad Etna e Nazionale B. Faceva tanto caldo, quei primi di settembre del ’67, nel chiuso del neonato impianto coperto: tra una svintuliata e l’altra, il pubblico salutò le belle vittorie della ringiovanita Nazionale A, mentre il prof. Paratore si godeva – con la solita discrezione, ma anche con un pizzico di orgoglio marcato liotru – quel momento di gloria.

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INAUGURATO. Il Palazzetto di piazza Spedini è stato inaugurato dalla Nazionale B allenata da Paratore:  qui sono riuniti attorno alla lunetta prima dell’inizio.

Sulla “Gazzetta dello Sport” del 6 settembre, il rampante corrispondente da Catania, «tale» Candido Cannavò, così scriveva: «I cestisti azzurri hanno festeggiato con una giornata tutta dedicata al mare di Acitrezza il loro squillante successo nel torneo di Catania. L’aver messo sotto per due volte consecutive, a distanza di pochi giorni, avversari come Bulgaria, Romania e Jugoslavia, non è impresa da poco. Stamani la squadra è partita per Tunisi con un bel bagaglio di speranze…». Nel rilasciare l’intervista a colui che di quel quotidiano sarebbe un giorno diventato il grande Direttore, Paratore si mostrava soddisfatto del comportamento dei giovani, in particolare di Jessi, Recalcati, Cosmelli e Merlati: i primi tre avrebbero poi fatto parte della rosa per le Olimpiadi.

Quel fervore siciliano tenne accesi gli animi nei Giochi del Mediterraneo in Tunisia, dove venne conquistato l’argento, e fu proprio la Jugoslavia a negare all’Italia il secondo oro consecutivo dopo l’edizione di Napoli. Poi gli Europei di Helsinki, con un settimo posto non proprio esaltante, che probabilmente fece suonare un primo campanello d’allarme. Paratore ci teneva a far bella figura anche nella sua terza partecipazione olimpica con l’Italia, ma a Città del Messico, nell’ottobre del ’68, non  riuscì ad andare oltre un ottavo posto, che praticamente gli costò l’esonero in favore di Giancarlo Primo, cresciuto al suo fianco come assistente. Qualcosa non funzionò: la squadra – si disse – era un po’ vecchia (resistevano ancora i «romani» Lombardi, Vieri e Vianello) e alquanto litigiosa, con troppe prime stelle poco disposte a sacrificarsi. Il carisma del Professore, stavolta, mostrò qualche segno di cedimento: dopo dodici anni, era più che comprensibile. Ma anche la sfortuna volle metterci del suo: l’eliminazione arrivò dopo una partita incredibile, persa ai supplementari per mano della bestia nera Jugoslavia, altrimenti sarebbe stato quarto posto sicuro, se non una medaglia (gli slavi conquistarono poi l’argento alle spalle degli statunitensi).

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UNCINO. Tribune gremite nel neonato Palazzetto di Catania: Sauro Bufalini si esibisce  in un classico uncino, così come si preferiva definire il gancio.

Si era chiuso un capitolo importante, ma a 56 anni Paratore non aveva ancora esaurito la sua energia. Si rimise completamente in gioco – come era successo già più di una volta nella sua vita – e inizio così il suo peregrinare da allenatore nelle squadre di club, passando da una sede (cestisticamente nobile) all’altra. Una breve parentesi con la Virtus Bologna, poi un’esperienza più importante e duratura con la Snaidero Udine. Nel ’73 tornò stabilmente a Roma, dove viveva con la sua famiglia, e qui allenò prima la Pinti Inox Lazio (avendo il piacere di avere come assistente il figlio Tullio) e poi (dopo un intermezzo a Roseto degli Abruzzi) il Banco di Roma, società in cui realizzò l’ultimo dei suoi exploit: prese la squadra in serie B nel ’78, e in sole quattro stagioni la portò in A1; era la stessa società che, tre anni dopo, Valerio Bianchini avrebbe guidato alla conquista del primo scudetto romano nel dopoguerra.

Non si era mai fermato, coach Paratore. Aveva sempre seguito – tenacemente – il suo credo e la sua passione: in Nazionale come in una squadra di serie B, a Udine come a Siracusa. Questione di princìpi, non di etichette; né tanto meno di paralleli geografici. Anzi, nel prestare la sua opera si era spostato – è proprio il caso di dirlo – dalle Alpi alle Piramidi, o viceversa. A proposito di Piramidi e di Egitto… Lo avevano richiamato! C’era da preparare la Nazionale di basket per le Olimpiadi di Monaco ’72, nel tentativo di riaccendere una piccola luce dopo il buio degli ultimi anni: pensarono che l’uomo giusto fosse ancora lui, il professore italiano di Educazione Fisica, nato e cresciuto al Cairo. Una scommessa condita da sentimenti e bei ricordi: lui accettò anche questa.

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INSEGNANTE. Dopo la seconda esperienza con la Nazionale egiziana, Paratore insegnò alla scuola dello sport del CONI.

L’oracolo del Nilo si era avverato. A 60 anni, Nello era tornato a «berla» quell’acqua… Flashback che si accendevano davanti ai suoi occhi: i giochi dell’infanzia e dell’adolescenza, l’incontro con Aurelia (che da sua giocatrice era diventata sua moglie), il fascino di Heliopolis, la nascita dei suoi tre figli. Tutto gli parlava di un passato meraviglioso e indimenticabile, tutto – forse – gli appariva adesso così diverso, gli procurava malinconia. Ebbe la forza di tenere a bada anche queste emozioni e di affrontare il compito affidatogli col solito impegno. Partì per la sua quinta Olimpiade (un record anche questo), con poche ambizioni ma tanto entusiasmo: sennonché a Monaco, il tristemente noto attacco terroristico palestinese agli atleti israeliani, con la successiva strage dell’aeroporto, indusse lo stato egiziano (ormai parte integrante della «lega araba») a ritirare anzitempo tutti i suoi atleti. Paratore aveva così vissuto, e subìto in prima persona, una delle pagine più nere nella storia dello sport mondiale.

Prima di ritirarsi in pensione assunse l’incarico di insegnamento alla Scuola dello Sport del CONI a Roma, come docente di basket. Era il giusto riconoscimento delle sue capacità didattiche, oltre che del suo livello di preparazione scientifica. Il titolo di Professore acquisiva così una valenza maggiore. Fu probabilmente un ulteriore stimolo al suo instancabile desiderio di aggiornamento; fino all’età di 70 anni lo vedevano aggirarsi per clinic e conferenze, sia in Italia che all’estero. Se poi c’era da offrire una consulenza a qualche società, non si tirava indietro: fu così per il Monte Sacro, squadra romana che, in qualità di direttore tecnico, accompagnò verso la promozione in A2.

Quando si allontanò definitivamente dal basket, trovò il tempo di dedicarsi con maggiore interesse al bridge, un po’ come gli accadde ai tempi in cui era stato internato nel deserto, durante la Seconda Guerra Mondiale. Con le carte in mano – facile immaginarlo – continuava a soddisfare la sua propensione a studiare tattiche e strategie di gioco, a prevenire o contrastare la mossa degli avversari, a dare sfogo al suo innato gusto della sfida.

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PREMIATO. Cerimonia di premiazione dell’Italia Basket Hall of Fame: riceve il premio alla memoria assegnato al prof. Carmine Paratore il figlio Tullio (il quarto da destra); si notano, tra gli altri, Dino Meneghin, Aldo Ossola, Ottorino Flaborea (i primi tre da sinistra), Ettore Messina (alla sinistra di Paratore) [FIP.it/HallofFame].

Soltanto una crudele malattia avrebbe potuto togliergli la voglia e la gioia di vivere. Lo sconfisse all’età di 79 anni: Roma, 16 luglio 1991.

Sono passati quasi due decenni. Adesso il nome di Carmine Paratore si trova nella «Hall of Fame» del basket italiano, galleria riservata a personaggi che con le loro imprese hanno notevolmente contribuito alla diffusione e al progresso di questa disciplina nel nostro Paese. È il più alto riconoscimento della FIP, simboleggiato da un prestigioso trofeo (in legno pregiato, cristallo e argento) che da tre anni a questa parte viene consegnato in occasione di una cerimonia ufficiale.

Il prof. Paratore è risultato tra gli eletti per la edizione del 2008, assieme al suo successore Giancarlo Primo (per entrambi un premio alla memoria), ad altri allenatori (Ettore Messina), atleti (Ottorino Flaborea e Aldo Ossola), arbitri e dirigenti, protagonisti sia del passato che del presente. Una «hall» che si era già nobilitata con gli ingressi di Cesare Rubini, Sandro Gamba, Enrico Vinci, Carlo Recalcati, tanto per citare i nomi di coloro che non hanno bisogno di presentazione.

Eccolo dunque, a distanza di anni, il premio della celebrità e dell’eterna riconoscenza. Nei confronti di quel piccolo grande uomo venuto dall’Egitto, profeta nella patria dei suoi antenati, l’Italia cestistica aveva quest’ultimo debito da saldare.

Nunzio Spina