Quando la guerra conviene

DiGiovanni Saitta

Mag 8, 2010

Per comprendere appieno il senso dell’invasione all’Iraq da parte degli Stati Uniti (e non solo) occorrerebbero studi approfonditi, diverse ricerche e, soprattutto, una notevole dose di apertura mentale.

In origine, l’invasione dell’Iraq fu dichiarata necessaria per prevenire ogni sorta di pericolo derivante dalla presunta (in realtà poi rivelatasi infondata) presenza di armi di distruzione di massa presenti nel paese.

Secondo gli esperti che proposero questa teoria, il terrorismo proveniva principalmente dal Libano, dall’Egitto, dalla Siria e da quasi tutti gli altri Paesi del Medio Oriente. Allora bisognava scegliere un singolo Paese che facesse da capro espiatorio. Fu scelto il più debole politicamente, il più ricco di petrolio, e quello che godeva di una buona posizione strategica per le basi militari: l’Iraq.

Il progetto di Bush e Rumsfeld (all’epoca segretario alla Difesa) era quello di trasformare l’Iraq in una sorta di mercato in cui insediare il maggior numero possibile di multinazionali straniere.

Ma prima di aprire le porte alle varie corporations (molte delle quali di proprietà di altissimi esponenti del Governo Bush, come lo stesso Rumsfeld e l’allora vice-presidente Cheney), l’esercito americano provvide a destabilizzare e distruggere il Paese: nei primi mesi del 2003 furono lanciate più di trentamila bombe sulle strade irachene, in un solo giorno più di 380 missili; venticinquemila missili cruise radiocomandati ad alta precisione e non solo. Tutto ciò provocò uno stato di continuo terrore e destabilizzazione nella popolazione.

Elementi questi che favorirono l’ingresso sregolato di moltissime multinazionali estere (per lo più statunitensi). L’Iraq infatti, si trasformò, sotto l’assedio americano, dall’essere uno dei Paesi più isolati al mondo, tagliato fuori da ogni scambio commerciale, a divenire un mercato aperto a tutti, una frontiera.

L’uomo nominato da Bush e Rumsfeld per controllare l’economia Irachena fu un certo Paul Bremer, che si insediò nel Palazzo repubblicano di Saddam e iniziò a ricevere dal dipartimento della Difesa mail contenenti le leggi sul commercio e gli investimenti che sarebbero poi state imposte al popolo iracheno.

Prima dell’invasione, l’economia irachena era tenuta insieme dalla compagnia petrolifera statale e da duecento aziende nazionali che producevano i generi alimentari più consumati dalla popolazione e le materie prime dell’industria. Solo un mese dopo il suo arrivo, Bremer annunciò che  le duecento aziende sarebbero state privatizzate immediatamente.

In seguito egli impose una legge che dava il via libera alle corporations straniere per investire liberamente nel territorio iracheno. Tale legge prevedeva l’abbassamento delle imposte societarie da circa il 45% al 15% fisso. Un’altra legge consentiva alle aziende straniere di possedere il 100% delle risorse irachene.

Dal lato finanziario, la Hsbc, banca internazionale con sede a Londra, ottenne un contratto per aprire filiali in tutto l’Iraq; giganti del petrolio come la ExxonMobil e la Chevron firmarono accordi per l’addestramento di funzionari civili nelle più avanzate tecniche di estrazione.

Questo mercato interamente privatizzato fu creato con un enorme dispendio di denaro pubblico: 38 miliardi di dollari dal Congresso americano, 15 miliardi da altri Paesi e 20 miliardi dalle riserve petrolifere irachene. Per quanto riguarda la difesa, agenzie di sicurezza private ed appaltatori del settore addestrarono il nuovo esercito e la nuova polizia dell’Iraq. Anche nel campo dell’istruzione le agenzie statunitensi la fecero da padrone: la Creative Associates stampò la stragrande maggioranza dei libri di testo per le scuole post-Saddam ottenendo appalti per un valore di 100 milioni di dollari.

La CH2M Hill, società di costruzioni americana, ottenne 28,5 milioni di dollari per monitorare quattro altri grandi appaltatori.

Con lo strapotere sempre maggiore che assunsero le aziende straniere, tutte le imprese statali irachene fallirono, una dopo l’altra e con estrema facilità.

Va aggiunto che le varie multinazionali come la Halliburton, la Bechtel, la Parsons, la Kpmg, l’Rti, e la Blackwater, che erano entrate in Iraq per trarre profitto, godevano di uno status speciale che aveva creato per loro il governo americano: veniva impedito ai loro concorrenti di partecipare alle varie gare d’appalto. Tutto questo, ovviamente, a spese dei contribuenti.

Di fronte a tale situazione, sarebbe stato lecito aspettarsi dei risultati tangibili nell’economia locale irachena, servizi migliori, strade più pulite, sicurezza. In realtà nulla di tutto questo si verificò.

Le varie aziende, potendo agire senza alcuna regola, crearono un fitto e oscuro sistema di subappalti che rendevano scarsa e inefficace ogni forma di servizio.

Questa pessima amministrazione durò per tre anni e mezzo, finché tutti i grandi appaltatori americani uscirono dall’Iraq lasciando il lavoro incompleto. Solo per fare un esempio, la Parsons aveva ricevuto 186 milioni di dollari per costruire 142 cliniche mediche. Solo 6 di esse furono completate. Ma le analogie possono moltiplicarsi per tutti gli altri settori.

Adesso il Paese vive per lunghi periodi di tempo senza energia elettrica, dopo che la Bethcel ha fatto spendere miliardi di  dollari per l’elettricità del Paese.

La multinazionale che si arricchì più di ogni altra dalla condizione irachena fu sicuramente la Halliburton, che riuscì ad ottenere incarichi per le più svariate funzioni: dallo spegnere gli incendi dei pozzi di petrolio al fornire carburante all’intera nazione, dalla manutenzione dei veicoli e delle radio, al reclutamento di nuovi soldati. Anche diverse aziende di Rumsfeld addestravano i soldati al combattimento, con metodi però poco ortodossi che causavano gravi disturbi psichici ai soldati, i quali, tornati a casa, venivano curati da aziende private, alcune delle quali avevano come dirigenti personaggi dell’entourage di Bush e Rumsfeld. Tali aziende in quegli anni (soprattutto nel 2005) moltiplicarono i loro fatturati.

Si calcola che la Halliburton ottenne 20 miliardi di dollari con gli appalti in Iraq.

Altra azienda che conobbe una enorme crescita economica negli anni della guerra, fu la Lockeed Martin (fornitrice di armi), che dal 2007 iniziò ad acquisire società nel mercato della sanità e dell’ingegneria, in modo da poter guadagnare non solo dalla guerra e dal combattimento ma anche dalla ricostruzione che i suoi stessi mezzi di distruzione provocavano e dalle cure prestate alle persone ferite dalle armi che questa stessa forniva.

È chiaro quindi che in questa “guerra al terrore” i vincitori sono aziende private, senza scrupoli, che operano dove si sente odore di crisi, di shock, di debolezza. Le prime vittime di questa grande operazione economica e finanziaria sono i cittadini iracheni, che vengono umiliati e soggiogati, e, in misura minore, veniamo ingannati noi occidentali che ignoriamo il modo in cui nel ventunesimo secolo viene esportata la democrazia.

Questa serie di informazioni riguardano solo su un aspetto dell’invasione americana.

È però doveroso ricordare che questioni come la tortura sistematica, la soppressione di gruppi locali emergenti pacifici, l’arresto e l’eliminazione di numerosi esponenti della società irachena, meriterebbero uno spazio a sé. Ma sarebbe sbagliato credere che tutto ciò non sia collegabile alla convenienza della guerra.