Il coach che predicava i fondamentali

La vita di Elliot Van Zandt, primo c.t. americano della Nazionale italiana… Origini misteriose, lasciato in “dote” dagli alleati… Il lavoro per insegnare il basket agli italiani…

Entrò nella pallacanestro italiana con lo stesso slancio con cui il boogie-woogie invase gli spazi davanti ai juke-box. Travolgente, rivoluzionario. Il colore nero della sua pelle, oltre a dare un marchio esotico inequivocabile, era quasi un simbolo di apertura sociale. Nella dote lasciata dagli alleati americani, sbarcati nel ’43 sulle nostre coste, ci fu anche lui, Elliot Van Zandt: da ufficiale di fanteria della U.S. Army divenne allenatore della Nazionale azzurra. Fu l’inizio di una nuova era.

LOOK INCONFONDIBILE. Elliot Van Zandt, coach americano dal look inconfondibile.

Gli anni dell’immediato dopoguerra scorrevano lenti, tra mille difficoltà. I giocatori delle basi NATO continuavano a esibirsi nel loro basket d’avanguardia, ma ai pochi seguaci di questo sport in Italia non restava che guardare e cercare di apprendere così, imitando. Ci voleva qualcosa di più. Un tecnico statunitense, magari! L’iniziativa la prese Aldo Mairano, allora presidente della FIP, consapevole della necessità di colmare un grande divario, non solo nei confronti delle realtà d’oltre oceano, ma anche di quelle europee. L’evento bellico ci aveva procurato l’opportunità di averli in casa i maestri, sarebbe stato un peccato non sfruttarla.

Il tenente di complemento Van Zandt venne «pescato» a Livorno, nel 1947, tra le tende della 82a Divisione Bufali, corpo costituito solo da coloured. Era stato posto a capo di un Athletic Department, dove l’attività istituzionale, oltre ad armi e strategie militari, contemplava l’allenamento e l’esibizione in vari sport: basket, football (americano, s’intende), rugby, tennis, badminton, baseball, softball (nato come una versione più soft del baseball, ma non esclusivamente al femminile). Col suo diploma di Educazione Fisica, ottenuto alla Tuskegee University in Alabama, Van Zandt aveva le carte in regola per svolgere quel ruolo; i titoli veri, però, se li era conquistati sul campo, praticandole un po’ tutte queste discipline, specie il basket, dove si era distinto sia come giocatore che come assistant-coach nella squadra del suo college.

Era un uomo alto e robusto, la fisionomia tipica dell’afro-americano; il cappellino con lunga visiera – che era solito portare – mascherava una precoce calvizie. Quel cognome di chiara discendenza olandese era uno dei tanti aspetti enigmatici delle sue origini: nato nel 1915 a Hot Springs, cittadina d’acqua termale dell’Arkansas, gli era venuto a mancare il padre in tenera età e pare avesse poi dovuto patire anche l’abbandono da parte della madre, una modesta sarta che era andata a cercare fortuna al Nord. Come dire, Elliot aveva dovuto crescere e farsi da solo. Lo sport lo aveva aiutato al punto da diventare, nello stesso tempo, rifugio e scopo della sua esistenza. Aveva fatto appena in tempo a ritirare quel diploma universitario, nel 1943, che la 5th Army del presidente Roosvelt lo arruolò tra sue file: partiva per combattere, destinazione Italia!

Accettando l’invito del presidente Mairano, Van Zandt sapeva di rinunciare per chissà quanto tempo al suo ritorno negli USA. Ma alla vita solitaria si era già abituato, alle avventure ancora di più. Quella della Nazionale azzurra di basket la affrontò come le altre: con impegno, con modestia, con una semplicità che non si addiceva, quasi, alla statura del personaggio. Non amava parlare tanto, e tra le poche parole che gli uscirono dalla bocca, quando vide per la prima volta all’opera la squadra italiana (era la Pasqua del ’47), ce ne fu una che sarebbe poi diventato lo slogan della sua missione: «foundamentals!».

TECNICA. Originario dell’Arkansas, Van Zandt si dedicò all’insegnamento dei fondamentali ai giocatori della Nazionale italiana.

Già, «fondamentali». Ecco cosa ci mancava. Il palleggio, il passaggio, il tiro: c’era una tecnica precisa per eseguirli correttamente, quella e non altre. E poi il rebound, il jump-shot, la difesa man to man, il pressing, i giochi a due e a tre, il velo, il blocco, il flottaggio: novità e neologismi (anglofoni o italianizzati) che andavano assimilati al più presto, se si voleva colmare quel famoso divario. Van Zandt spiegava e dimostrava: lavoro di palestra il suo, umile, essenziale; eppure rivoluzionario, coinvolgente, proprio come il boogie-woogie che trascinava nel ballo sfrenato tanti giovani invaghiti dal blues emergente.

Gli venne affidato un manipolo di giovanotti di belle speranze, primi esponenti di una generazione di giocatori che era nata inseguendo il mito americano. C’erano Sergio Stefanini, Cesare Rubini, Giancarlo Primo, Carlo Cerioni, Vittorio Tracuzzi, tra gli altri. Fenomeni sbocciati qua e là (a Milano, a Roma, in Sicilia), per intraprendenza personale, per talento, non per formazione scolastica. Bisognava affinarli e, se possibile, amalgamarli: il basket andava giocato in cinque, tutti attaccanti e tutti difensori, l’ovvietà di oggi restava ancora, in quegli anni, un principio da inculcare.

A Van Zandt dissero «Fai tu!»: glielo disse Mairano prima, poi Decio Scuri, che poco dopo subentrò nel ruolo di presidente federale. E lui fece, seguendo le sue idee e la sua filosofia, che privilegiava il miglioramento tecnico e metteva in secondo piano i risultati. Per quelli ci voleva tempo. Così, all’Europeo di Praga del ’47 (dove peraltro lui non poté essere presente per motivi politici) arrivò un nono posto niente affatto esaltante; e non andò tanto meglio l’anno dopo, alle Olimpiadi di Londra: diciassettesimi in classifica finale, dopo aver perso quattro partite su cinque nel girone eliminatorio. Però i suoi lo seguirono, almeno all’inizio. Quel nuovo verbo cestistico affascinava, al pari del suo predicatore: che era una persona tranquilla, dai modi gentili, piacevole anche fuori dal campo, dove spesso intratteneva la compagnia suonando musica  jazz, passione che gli aveva procurato addirittura un’amicizia col celebre maestro Duke Ellington.

ECLETTICO. Van Zandt in tenuta da baseball, uno dei tanti sport in cui s’è cimentato con successo.

Per quattro anni si dedicò interamente all’evoluzione del nostro basket, andando anche in giro per la Penisola a diffondere i suoi metodi di allenamento, da una squadretta all’altra, da un campo di terra battuta all’altro. Si era congedato dall’U.S. Army, col grado di capitano, e l’Italia era ormai diventata – per sua stessa ammissione – la seconda patria. Avrebbe messo su famiglia e posto radici a Firenze (città che lo incantava per il suo patrimonio artistico), avrebbe chiamato i suoi due figli Marco e Fiorenza, tanto per capire la nuova passione nazionalista che gli era scoppiata dentro. Intanto, erano anche arrivati i risultati che tutti si attendevano: le prime vittorie contro avversarie dapprima imbattibili, come la Francia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Spagna; poi un quinto posto all’Europeo di Parigi del ’51. La scelta di affidarsi a un coach il primo vero coach scoperto dal nostro basket – aveva dato i suoi frutti.

La favola del «brav’uomo di colore» venuto da lontano cominciava a vivere i suoi momenti felici quando l’incantesimo, inspiegabilmente, si ruppe. Pare che gli stessi giocatori della Nazionale, a un certo punto, tramarono contro: nessuna motivazione ufficiale, nessun nemico dichiarato. «Thank you, goodbye!», via, da un giorno all’altro. Lui non capì. Pensava di aver lavorato bene, di avere instaurato con tutti dei buoni rapporti; perché adesso lo trattavano così? «Io non capire, io non capire…», ripeteva sottovoce a coloro con cui poteva confidarsi. Al di là dei risultati sul campo (33 vittorie su 45 incontri disputati dalla Nazionale maschile), Van Zandt aveva davvero segnato l’inizio di una nuova era, quella basata sui «fondamentali»; e chissà cosa avrebbe potuto ancora dare al basket italiano se solo lo avessero lasciato per un po’ al suo posto, o se gli avessero – quanto meno – affidato altri compiti nell’area tecnica. Fu un allontanamento senza ritorno. Quando la Federazione si accorse dello sbaglio e dell’ingiustizia commessi, era ormai troppo tardi per rimuovere la macchia!

A CATANIA. Van Zandt portò le sue idee anche in Sicilia. In quest’immagine, è al centro tra Gigi Marletta (a sinistra) e Gigi Mineo (a destra), due pionieri dei basket etneo [Corriere di Sicilia, arch. Marletta].

Le strade si separarono a tal punto che Van Zandt «evase» addirittura in Turchia, chiamato anche là a dare una svolta a una pallacanestro ancora primitiva: provò a pilotare la Nazionale verso la fase finale delle Olimpiadi di Helsinki del ’52, ma si trattava di un’impresa impossibile. La sorte dell’eliminazione, del resto, toccò anche alla rappresentativa azzurra, che dopo quel clamoroso esonero si era totalmente smarrita, sballottata da ben quattro cambi di allenatore in una sola stagione. Per riassaporare il gusto di un piazzamento dignitoso in una competizione internazionale bisognò attendere le Olimpiadi di Roma del ’60.

Tornò presto in Italia, Elliot, nel 1953: quella ormai era la sua casa, nonostante tutto. Le sue capacità e la sua onestà professionale, per fortuna, gli avevano procurato simpatie anche fuori da quel mondo cestistico dentro il quale aveva ingenuamente creduto di sentirsi protetto. Quando ancora indossava la divisa militare, qualcuno lo aveva notato esibirsi come atleta di buon livello nei tornei di baseball tra le basi NATO disseminate nel nostro territorio. Se ne ricordarono i dirigenti del CUS Milano, che era stata una delle prime società italiane, nel ’46, a dare spazio a questo nuovo sport sbarcato con gli Alleati. Gli fecero la solita proposta: «Ti affidiamo la squadra… Fai tu!». Cinque stagioni da allenatore di baseball tra alti e bassi, dal ’54 al ’58: nell’ultima stagione sarebbe arrivato il titolo tricolore!

Milano divenne la città del suo definitivo rilancio. Nel CUS gli consegnarono volentieri anche il rugby e l’atletica leggera. Non ci furono più confini a delimitare la sua popolarità, e lui non rimase più prigioniero dei risultati. La sua capacità come professore di Educazione Fisica fu riconosciuta per quello che era, al di là delle competenze tecniche specifiche. Per questo – un bel giorno – lo ingaggiò anche il Milan (sì, proprio quello del calcio in maglia rossonera), con l’incarico di preparatore atletico: qui Van Zandt fu un vero precursore. Tre le stagioni vissute sotto questa nuova veste, nel corso delle quali il Milan vinse due scudetti (’57 e ’59) e partecipò a una finale di Coppa Campioni (’58), persa ad opera del Real Madrid. Affiancò gli allenatori Gipo Viani e Luigi Bonizzoni; tra i giocatori che aveva il dovere di mantenere in forma c’erano Niels Liedholm, Alberto Schiaffino, Cesare Maldini, Josè Altafini. Il «velo smarcante», movimento di gioco mutuato dal basket, gli fece guadagnare consensi anche nel campo della tattica calcistica.

DUE SCUDETTI. Van Zandt fu protagonista come preparatore atletico del Milan, con cui vinse due scudetti; vi giocavano due campioni come Niels Liedholm e Alberto Schiaffino.

A 44 anni, nel suo futuro di tecnico e di istruttore c’era ancora tanto da scrivere, e invece fu quella l’ultima pagina del suo racconto. Una grave malattia lo inchiodò a letto, senza più dargli la possibilità di rialzarsi. Restò a lungo ricoverato in una clinica milanese, prima di tentare l’ultima chance di un ritorno negli Stati Uniti, a Chicago, nella speranza che un trapianto di rene potesse salvargli la vita. Non ebbe neanche il tempo di illudersi. Morì proprio sull’aereo che era decollato dall’aeroporto di Malpensa per riportarlo in patria, mentre sorvolava l’Atlantico. Era l’ottobre del 1959. Un articolo della Gazzetta dello Sport aveva accompagnato la sua partenza con un titolo bene augurante: «Arrivederci, Elliot!». Il giornalista si era dilungato nel ricordare le tappe più importanti della sua carriera e la stima che aveva raccolto nelle sue molteplici esperienze. Van Zandt veniva descritto come «un signore dello sport», che «assolveva il suo compito con la coscienza dell’onesto professionista e l’entusiasmo del puro dilettante». Voleva essere un arrivederci; in realtà era stata scritta – senza saperlo, o forse immaginandolo – una vera e propria lettera di addio!

Qualche anno dopo la sua morte, la FIP istituì il «Premio Van Zandt», da assegnare all’allenatore italiano che si fosse distinto nell’opera di istruzione e di educazione tecnica e morale. Aide Fava di Pesaro, nella stagione ’65-’66, fu il primo a essere insignito da tale riconoscimento, seguito da Fabio Fabiano (Petrarca Padova) e Mario Meroli (Reyer Venezia), nelle due edizioni successive. Tempi lontani, nomi pressoché sconosciuti. Tra l’altro, è un premio del quale si sono perse le tracce, relegando nuovamente nell’ombra un personaggio che aveva realmente contribuito (e per un periodo di ben quattro anni) al progresso della nostra pallacanestro. Dal 2006 la Federazione ha aperto una Hall of Fame dove entrano ogni anno i grandi protagonisti del presente e del passato, anche solo in onore alla memoria: chissà, potrebbe essere la vetrina giusta per riportarla degnamente in luce la figura del buon Elliot, il primo vero coach approdato in Italia, l’umile predicatore dei «fondamentali»!

Nunzio Spina