La tempesta del Maghreb

DiGiovanni Saitta

Feb 15, 2011

La tempesta non è ancora finita, anzi, con tutta probabilità è ancora lontano il giorno in cui si poserà la quiete su Egitto, Tunisia e Nord-Africa.

E’ possibile, però, rendersi già conto del risultato mediatico venutosi a creare in seguito alle rivolte maghrebine. L’opinione pubblica mondiale crede di avere le idee piuttosto chiare su ciò che è accaduto e che sta continuando ad accadere: in sostanza, le popolazioni nordafricane hanno deciso di opporsi ad ogni costo all’autoritarismo dei loro tiranni che hanno governato per anni senza preoccuparsi delle condizioni economiche e sociali dei loro cittadini.

Questa sintesi potrebbe sostanzialmente riassumere ciò che il mondo ha dedotto dalla situazione mediterranea. Ma tale punto di vista è vero solo in parte.

Chi pensa che questi scontri, queste proteste infinite siano causati  solo dal dispotismo dei vari Mubarak e Ben Ali, rischia di portare avanti un punto di vista miope e addirittura provinciale.

Sebbene, infatti, la politica di questi dittatori sia certamente condannabile, bisogna anche chiedersi da chi sono stati appoggiati per anni tali leader e da dove deriva tanta povertà. Per quanto riguarda l’Egitto, ad esempio, occorre sapere che dalla metà degli anni ’70 l’Usaid (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) ha aiutato lo stato africano versando nelle sue casse oltre 27 miliardi di dollari per accrescere lo sviluppo del Paese. Il problema, però, è che non è stata posta alcuna condizione dagli Usa per far sì che quei soldi venissero impiegati per la lotta alla corruzione e alle disuguaglianze sociali, causando in tal modo uno stallo sociale ed economico del paese. Stessi discorsi valgono per gli stati del Medio Oriente come il Pakistan, vessato dalle inondazioni del 2010.

Tuttavia, la causa più imponente della povertà di questi popoli è rappresentata da un altro fattore: l’aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità. Come dimostrano gli studi della Fao, infatti, i prezzi di prodotti come lo zucchero, i cereali , la carne, il mais e il grano stanno velocemente raggiungendo (alcuni di questi li hanno già superati) i livelli del 2008, anno della crisi economica globale. Alcuni esperti prevedono un aumento ulteriore non solo per il 2011 ma anche per gli anni a venire, con l’inevitabile impoverimento delle popolazioni a basso reddito. Inoltre, i mutamenti climatici sembrano contribuire in maniera esponenziale alla produzione di catastrofi e conseguenti aumenti di povertà.

In tutto questo, un ruolo decisivo lo giocano il petrolio e gli speculatori finanziari. Come nel 2008, questi ultimi, stanno cominciando a puntare nuovamente sull’oro nero, facendo così salire, come scritto lo scorso dicembre dal “Wall Street Journal”, il prezzo del greggio. Gli esperti sostengono che entro la fine dell’anno si arriverà al costo di 100 dollari al barile, ma c’è anche chi prevede un aumento fino a toccare quota 150 dollari. In base a questo vertiginoso aumento, gli agricoltori tendono a passare dalla produzione di materie prime come il mais o il grano, alla produzione di etanolo, più conveniente.

Si viene così a creare una sorta di “dittatura” del petrolio a scapito degli alimenti indispensabili per il fabbisogno umano e, alla luce di tutto questo, risulta inquietante e incontrollabile lo stretto, seppur indiretto, rapporto che si scopre esserci tra speculatori finanziari e popolazioni maghrebine, le quali non possono far altro che insorgere contro il potere che meglio conoscono, i loro leader politici.

Il malcontento e le ingiustizie ristagnanti nel nord Africa causano, come è naturale che sia, le grandi migrazioni, migliaia e migliaia di esseri umani che disperatamente approdano nelle nostre coste cercando pace e dignità. Certamente, lo stato di confusione che sta caratterizzando i rapporti tra Italia e Unione Europea sulle modalità di accoglienza, rende ancora più tortuoso il cammino di queste persone.

Ancora una volta l’Occidente tende a preoccuparsi dei problemi altrui solo quando si ripercuotono anche sul nord del mondo.

Se, infatti, sforzi e risorse si concentrassero per evitare il determinarsi di certe situazioni di mercato scatenanti crisi come queste, non ci sarebbe bisogno di gestire le problematiche che ne derivano.