Oneri internazionali e migranti, l'affaire Libia sembra senza vie d'uscita

DiEmanuele Rizzo

Mar 23, 2011

Le flotte di immigrati che giungono in queste settimane sulle coste di Lampedusa (e non solo) stanno infiammando le prime pagine di tutti i giornali, nonostante le notizie provenienti da Giappone e Libia già di per sé occupino gran parte dell’informazione. È evidente, quindi, che la questione sia di un’importanza notevole.

La vicenda, tuttavia, andrebbe messa in relazione ad un contesto un po’ più ampio. La politica Euromediterranea ha assunto importanza già nel 1995 con il Processo di Barcellona, che apriva la cooperazione tra i paesi dell’Unione Europea e gli stati del nord Africa su politica, sicurezza, economia, finanza, società e cultura. Da quella data le relazioni tra le due sponde del Mare Nostrum si sono intensificate, tanto che nel 2008, su iniziativa del governo francese, è sorta l’Unione per il Mediterraneo, con l’obiettivo di raggiungere accordi finanziari (con la partecipazione di capitali privati) e pianificare interventi mirati sulle politiche di cooperazione, aumentando la sicurezza e favorendo l’evoluzione democratica dei paesi africani (anche se sui reali scopi della cooperazione euromediterranea vi è un fitto dibattito).

In questo scenario, sempre nel 2008, due Stati si accordarono in modo autonomo, risolvendo con un “trattato di amicizia” una contesa che durava da quasi 40 anni: Libia e Italia, i cui rapporti sono sempre stati intensissimi e contrastanti (portati all’estremo nel 1986, quando dalle coste libiche fu lanciato un missile che cadde nelle acque prospicienti Lampedusa).

Per ovviare ai continui flussi migratori che a ritmo cadenzato toccavano le coste siciliane, i due governi raggiunsero un accordo che prometteva allo Stato africano di intascare cinque miliardi di dollari in vent’anni (sottoforma di “realizzazione di progetti infrastrutturali di base” da parte di imprese italiane) come risarcimento per il dominio coloniale durato fino al ’70, in cambio della restituzione dei crediti vantati da aziende italiane nei confronti di amministrazioni ed enti libici (ma l’importo non è quantificato nel trattato) e soprattutto del blocco degli immigrati che partivano verso le coste italiane.

Un accordo che ha prodotto i suoi effetti, tanto che perfino il centro d’accoglienza di Lampedusa era stato chiuso perché inutilizzato. Ma come venivano bloccati i migranti pronti a partire? Come afferma il New York Times in un articolo, «in un rapporto pubblicato nel 2009 Human rights watch – l’organizzazione non governativa che controlla eventuali violazioni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha scritto che i migranti arrivati a Malta e in Italia raccontavano di essere stati picchiati e derubati di beni e documenti durante la detenzione in Libia. Il rapporto parlava anche dell’uso dell’elettroshock per costringere i migranti a scendere dalle barche». È evidente che la questione, se messa in questi termini, andrebbe ben al di là di un normale scambio transnazionale di favori.

Oltre agli immensi rapporti economici, quindi, l’Italia ha verso la Libia degli interessi fortissimi anche di natura socio-politica. L’esplosione dell’attuale situazione, che in pratica ha fatto a brandelli il “Patto di amicizia”, crea dei problemi notevoli e, pertanto, non devono stupire le ambigue posizioni del nostro governo sul conflitto contro Gheddafi, dove Berlusconi si porrebbe addirittura (stando alla cronaca delle ultime ore) come “mediatore-consigliere” del comandante libico.

L’impressione è che se da un lato si stanno aggregando gli oneri internazionali legati all’Onu, all’Ue, all’Unione per il Mediterraneo, alla Nato e via dicendo, dall’altro si sta cercando di raccogliere i resti del Patto di amicizia e tirarne fuori qualcosa di vantaggioso. Assecondare entrambi i versanti, però, è ormai davvero difficile ed il rischio – serio – è quello di restare a mani vuote in entrambi i fronti: sul primo non si sta facendo di certo una bella figura sul panorama internazionale, sul secondo bisognerà fronteggiare un fenomeno migratorio sempre maggiore e le minacce terroristiche che ci sono state rivolte.