Strauss-Khan, la sua vicenda "specchio" del FMI

Negli anni, le politiche messe in atto dall’istituzione si sono rivelate sempre più il riflesso di una certa ideologia (statunitense) che favoriva il fondamentalismo del libero mercato, producendo dei risultati letali per gli stati più poveri del pianeta.

La notizia dello stupro di Dominique Strauss-Khan ha invaso la totalità dei mass-media nelle ultime settimane.

Si è venuto a sapere che uno degli uomini più influenti del pianeta ha molestato una cameriera di colore di un prestigioso hotel di New York. Si è parlato  di 70 anni di prigione, di liberazione su corposa cauzione, persino di assoluzione, in ultimo di domiciliari.

Sembra, comunque, che il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale debba dire definitivamente addio alla propria carriera politica.

Lasciando dire ai tribunali quali siano state le colpe di Strauss-Kahn, si può notare come questo evento invochi una battaglia in tutto e per tutto analoga. Lo strapotere di un uomo che decide il destino del sud del mondo contro l’umiltà di una donna originaria proprio del sud del mondo (pare che la cameriera venga dal Ghana) che decide di alzare la voce e ribellarsi alle prepotenze che era costretta a subire.

In fondo, secondo diversi economisti e commentatori, il FMI, è la causa di molte ingiustizie globali.

Istituzione internazionale composta attualmente da 186 paesi, il FMI era stato creato dopo la seconda guerra mondiale con lo scopo di perseguire e promuovere la stabilità dei rapporti di cambio tra le valute, facilitando l’espansione del commercio internazionale e agevolando la cooperazione monetaria internazionale.

Negli anni, però, le politiche messe in atto dall’istituzione si sono rivelate sempre più il riflesso di una certa ideologia (statunitense) che favoriva il fondamentalismo del libero mercato, producendo dei risultati letali per gli stati più poveri del pianeta.

Secondo diversi studi, la principale vittima delle politiche decise da Strauss-Kahn e soci è stata l’Africa. La maggior parte dei paesi del continente “nero” hanno visto distrutta la loro timida economia agli albori da politiche all’insegna della privatizzazione forzata, dell’importazione straniera a scapito degli agricoltori locali e della trappola dei prestiti.

Le dottrine del liberismo sfrenato, però,non hanno sortito i loro effetti soltanto in Africa.

La terribile crisi dell’Argentina nei primi anni 2000  è stata la conseguenza delle fallimentari politiche del FMI, contro il quale, proprio in quegli anni nascevano le prime accese proteste.

Intervenire scelleratamente nei paesi meno sviluppati per far arricchire potenze e multinazionali del nord del mondo. Sarebbe questa l’attività principale dell’istituzione e sono sempre più numerosi i giornalisti (economici e non) che abbracciano questa tesi.

Proprio in questi giorni, in effetti, i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno chiesto di abbandonare la prassi secondo la quale il direttore generale del FMI viene eletto in base alla nazionalità. Secondo costoro tale convenzione non scritta, oltre ad essere “obsoleta”, “mina la legittimità” dell’istituzione. Fino ad ora, infatti, il capo del Fondo è sempre stato europeo.

In realtà, però, sembra che la candidatura della francese Lagarde sia destinata a rendere vane le proteste di questi paesi, che si sentono sempre meno ascoltati.

Il problema è comunque più grande. La qualità del voto di ogni stato all’interno del Fondo non è uguale per tutti, ma è proporzionale alla quota che ogni nazione versa all’istituzione. Considerando che i soli nove paesi più ricchi versano il 52% delle quote e che il restante 48% proviene dagli altri centossesanta stati, è facile capire come la maggioranza venga raggiunta sempre dagli stessi nove, che hanno obiettivi simili.

Nel momento in cui si dovesse decidere di modificare questo sistema di voto, sarebbe necessario che il cambiamento sia proposto da almeno l’85% dei membri.

Ironia della sorte, solamente gli Stati Uniti dispongono di una quota del 17,09, per cui anche se tutti gli altri 185 membri proponessero compatti il cambiamento, basterebbe il voto “made in USA” per vanificare tutto.

Sembra, insomma, che l’efficacia di istituzioni internazionali come il FMI faccia fatica a venire fuori. Il sud del mondo, nel frattempo, può e deve contare principalmente sulle sue forze, diffidando di prestiti e promesse che arrivano dall’alto, magari da una camera di un prestigioso hotel di New York.