Vietnam, Iraq, Afghanistan quelle guerre sempre più sporche

Quello che è accaduto l’11 marzo scorso nel distretto di Panjwai, nel sud dell’Afghanistan, ci ha fatto inorridire. Prima che il sole sorgesse, un soldato statunitense ha sparato all’impazzata verso le case di civili afghani, causando l’uccisione di sedici persone, tra cui nove bambini e alcune donne. Il gesto è stato subito condannato dalle autorità statunitensi ma il giorno dopo il massacro Obama ha voluto ricordare che l’accaduto non farà accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan.

Di fronte alla ragionevole consapevolezza che un uomo (presumibilmente) squilibrato non possa rappresentare un esercito di 150 mila unità c’è il gravoso peso della storia. Episodi di violenze assolutamente ingiustificate da parte di soldati americani nei confronti di civili locali sono ricorrenti in questa guerra, e non solo.

Sin dai tempi del Vietnam si registrano violenze atroci che militari di quasi ogni grado hanno perpetrato su persone innocenti. Basti ricordare il caso di My Lai, dove dei marines sterminarono a sangue freddo oltre 380 civili, la maggior parte dei quali donne e bambini.

Più recentemente impossibile dimenticare le torture di Abu Ghraib in Iraq e le atroci sevizie nella base di Guantanamo a Cuba.

In moltissimi casi i generali e le massime autorità militari statunitensi (ma non solo) erano consapevoli, se non addirittura istigatori, delle efferatezze commesse dai loro subordinati.

Quella che si sta consumando in Afghanistan è una guerra in cui gli invasori sembrano ormai non credere più. Nefandezze come l’urinare sui cadaveri, bruciare copie del Corano e filmare uccisioni come se fossero videogiochi, sono segni del fatto che la disciplina e la forza morale delle truppe stiano ormai per svanire.

Episodi come questi ricordano ai contribuenti americani (spesso poco informati sulle vicende del loro paese) quanto costosa e inutile sia stata questa guerra, che in origine doveva essere definita “missione di pace”. Inoltre il numero di perdite innocenti sembra crescere; secondo l’Unama (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) le vittime civili in Afghanistan sono aumentate nel 2011 sfiorando quota 6000, tra morti e feriti.

Se da un punto di vista giuridico, etico e morale, tutto questo è da condannare, nemmeno in un’ottica meramente strategica si può guardare alle suddette violenze con favore: per ogni assurdità commessa dai soldati stranieri, infatti, aumenta l’odio verso gli invasori occidentali e acquistano sempre più consenso tra le comunità locali, i taliban, pronti a prendere in mano il potere dopo il ritiro delle truppe Nato.

Ironia della sorte, sono sempre stati i fondamentalisti islamici il nemico ufficiale (e quindi il principale motivo dell’invasione) contro cui Usa e Europa hanno deciso di schierarsi; e con molte probabilità saranno proprio loro ad uscire rafforzati da questa scellerata guerra.

Come ne uscirà il popolo afghano (ma anche quello iracheno), invece, non può lasciarci solamente addolorati. Le decisioni dei governi delle maggiori potenze occidentali hanno già pesato incredibilmente sulle centinaia di migliaia di innocenti che popolano il medio oriente e le deboli e inefficienti autorità politiche insediatesi nei vari paesi della regione non promettono certo un futuro roseo per quella che paradossalmente è stata la “culla della civiltà”.