Musica Sacra, quale eseguire in chiesa?

Per desiderio dell’Arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, l’Ufficio Liturgico Diocesano ha organizzato e realizzato un Convegno Liturgico-Musicale che ha avuto luogo dal 16 al 18 ottobre scorsi presso il Seminario Arcivescovile.

Sono stati tre pomeriggi pieni di esposizioni illustrate dagli eminenti personaggi invitati ad partecipare ad un così importante appuntamento per la Chiesa di Catania. Notevole la partecipazione da parte degli operatori liturgico-musicali della diocesi di Catania che comprende svariate parrocchie della città e di parte della provincia etnea.

L’appuntamento è stato dettato dalla pressante esigenza di chiarezza ed insieme di novità a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II ed a quarantacinque anni dall’Istruzione “Musicam Sacram”, documenti preziosi che contengono specifici dettami in merito al rapporto tra la celebrazione liturgica e la musica: su chi, come, quando e cosa si debba cantare o suonare a sostegno ed arricchimento dell’Eucarestia e dei Sacramentali.

In verità le aspettative dei presenti sono rimaste parzialmente irrisolte ed attendono tuttora delle soluzioni pratiche ed efficaci atte a risolvere vari dilemmi e controversie in materia di canto e musica nella liturgia.

I Papi che si sono succeduti, nei secoli, si sono preoccupati di dare delle direttive specifiche riguardo l’animazione musicale durante la Messa e le varie Celebrazioni liturgiche.

Papa Pio X, per partire solo dal secolo scorso, nel lontano novembre del 1903 promulgò l’Istruzione sulla musica sacra “Motu proprio – Tra le sollecitudini” in cui già si dà molta importanza al canto gregoriano, che non viene quasi mai utilizzato nelle celebrazioni odierne, data anche la sua difficoltà di comprensione e di corretta esecuzione da parte dell’assemblea; si indica nell’organo a canne lo strumento per eccellenza della Chiesa, come oggi; si dà, inoltre, grande valore ed importanza alla polifonia classica, come quella del Palestrina, cosa ormai scomparsa nelle moderne indicazioni sulla musica sacra, dato che la partecipazione dei fedeli viene ridotta e relegata a cantare tutti i canti del Proprio e dell’Ordinario.

Difatti, esaminando la Costituzione sulla Sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium” del 4 dicembre 1963, a poco a poco il ruolo primario della Schola Cantorum che dovrebbe eseguire i capolavori della polifonia vocale classica viene sostituito dal canto quasi esclusivo dell’assemblea. Qualche anno dopo, con l’Istruzione “Musicam sacram” del 1967, approvata da Papa Paolo VI afferma definitivamente che “non è da approvarsi l’uso di affidare per intero alla sola “schola cantorum” tutte le parti cantate del “Proprio” e dell’”Ordinario”, escludendo completamente il popolo dalla partecipazione nel canto.

Ci sarebbe bisogno di maggiore chiarezza in merito date anche le parole diametralmente opposte di Papa Benedetto XVI che possiamo leggere alle pagine 132 e 133 di “Rapporto sulla fede – Colloquio con Vittorio Messori”, edizioni San Paolo del 2005: «Molti liturgisti hanno messo da parte quel tesoro [che per la Chiesa è la musica sacra] dichiarandolo accessibile a pochi, l’hanno accantonato in nome della comprensibilità per tutti e in ogni momento della liturgia postconciliare. Dunque, non più musica sacra – relegata, semmai, per occasioni speciali, nelle cattedrali – ma solo musica d’uso, canzonette, facili melodie, cose correnti. E’ divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all’utile. L’esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull’unica categoria del “comprensibile a tutti” non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, più aperte, ma solo più povere. Liturgia “semplice” non significa misera o a buon mercato, c’è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica. Si è messa da parte la grande musica della Chiesa in nome della “partecipazione attiva”: ma questa “partecipazione” non può forse significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi? Non c’è proprio nulla di “attivo” nell’ascoltare, nell’intuire, nel commuoversi? Non c’è qui un rimpicciolire l’uomo, un ridurlo alla sola espressione orale proprio quando sappiano che ciò che vi è in noi di razionalmente cosciente ed emerge alla superficie è soltanto la punta di un iceberg rispetto a ciò che è la nostra totalità? Chiedersi questo non significa certo opporsi allo sforzo per far cantare tutto il popolo, opporsi alla “musica d’uso”: significa opporsi a un esclusivismo (solo quella musica) che non è giustificato né dal Concilio né dalle necessità pastorali. Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica “corrente” cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta. La Chiesa ha il dovere di essere anche “città della gloria”, luogo dove sono raccolte e portate all’orecchio di Dio le voci più profonde dell’umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza rendendolo bello, abitabile, umano».

Davanti a tali eloquenti ed incisive parole che fanno da prologo al testo “La Musica – un’arte familiare al Logos” di Joseph Ratzinger, non ci sarebbe da aggiungere altro, solo che la Chiesa, nella sua interezza, non può continuare a tenere gli occhi chiusi, ma tenere di gran conto tale importante e autorevole indicazione e, quasi per incanto, risolvere tutte le dicotomie tuttora presenti in campo di animazione musicale nella liturgia.

Tutte le parole che si potrebbero dire a tal proposito si possono ridurre a ciò che afferma il teologo e cultore della musica Benedetto XVI: «Invece di rimanere fermi su pochi e sterili concetti, quali la partecipazione a tutti i costi da parte dell’assemblea dei fedeli, bisogna essere più realisti e ragionare e decidere, a vantaggio del bello e dell’universale che ci possa unire a Dio attraverso la nobile arte della musica».